Gestire le cartelle della tombola in Excel

Certo che per inserire questo articolo nella sezione dell’Office Automation ci vuole coraggio ma in fin dei conti si tratta sempre di Excel.
In queste vacanze ho giocato a tombola con la mia famiglia; ovviamente non ho vinto nulla ma mi sono divertito ugualmente. Un geek malato di informatica come me non poteva escludere il computer in una occasione come questa.
Ovviamente al posto di usare le lenticchie, le bucce d’arancia o altri segnaposto per tenere traccia dei numeri estratti ho decisao di usare un foglio di calcolo.
Per dirla tutta ho usato OpenOffice ma la sostanza non cambia dal momento che ho fatto uso delle formule standard.

In pratica sono bastati un paio di cerca.vert per tenere traccia dei numeri estratti e delle eventuali vincite.


Per chi fosse interessato, alla fine di questo articolo è possibile scaricare sia la versione xls che ods.

Il file si compone di tre fogli:

  • Estrazioni – E’ una sorta di deshboard in cui visualizzare lo stato delle cartelle ed i numeri che di volta in volta vengono estratti. Man mano che si procede con l’estrazione è possibile vedere cosa succede su ogni cartella: dall’ambo alla tombola;
  • Cartelle – Contiene i dati relativi a tutte le cartelle possedute. In particolare contiene i numeri così come sono riportate sulla cartella originale. E’ qui che l’utente deve inserire i numeri appartenenti alle cartelle in tre righe da cinque collonne ciascuna;
  • Vincita – Contiene un pannello che consente di calcolare facilmente le quote da assegnare alla tombola, alla cinquina e così via fino all’ambo. Il calcolo tiene conto del costo di ogni singola cartella e del numero di cartelle assegnate (comprensive delle sei cartelle che costituiscono il tabellone);

Si tratta di certo di un prodotto migliorabile ma sinceramente io non sono andato oltre dal momento che si tratta di un lavoro svolto in mezz’ora durante le vacanze di natale.

per scaricare il file cliccate qui.

alla prossima.

Windows – Visualizzare la linguetta protezione per i files

Quando si acquista una licenza di Windows nella versione Home, la linguetta riguardante la protezione dei files accessibile per mezzo del menù proprietà risulta essere disabilitato.

In realtà, la protezione dei files viene gestita in autonomia dal sistema operativo a meno di non usare un file system di tipo FAT32.

A volte però questa scelta può essere un limite.

Per abilitare la linguetta per singolo utente è sufficiente modificare il file di registro:

Hive: HKEY_CURRENT_USER
Key: Software\Microsoft\windows\CurrentVersion\Policies\Explorer
Name: Nosecuritytab
Type: REG_DWORD
Value: 0

E’ possibile trovare manualmente la chiave ed impostare il valore a 0 oppure eliminarla.

Ricordate che la linguetta si applica solo a file sytem di tipo NTFS.

Sono io oppure il sito è proprio giù?

Ieri mi è capitato di impazzire nel tentativo di capire se il sito di Google fosse giù o se più semplicemente era la mia connessione ad avere problemi.

Poi ho trovato un modo semplice e veloce di fare una verifica.

In pratica ho demandato ad un sito posto dall’altro capo del mondo di fare una richiesta al server da parte mia. Si tratta di un metodo alternativo all’uso di ping e traceroute vari dal momento che non fa uso di traffico icmp.

Per chi volesse fare un giro sul sito in questione, di seguito troverà il link:

http://downforeveryoneorjustme.com/

Per chi volesse testare direttamente la destinazione dall’url può digiare il link nel formato:

http://downforeveryoneorjustme.com/nomesito dove per nomesito si intende il nome dell’host.

Per Google ad esempio potreste scrivere:

http://downforeveryoneorjustme.com/www.google.com

Alla prossima.

Excel – una funzione per i colori delle celle

Vi è mai capitato di dover ordinare o filtrare una lista in excel in base al colore delle celle?

Qualche giorno fa ho fornito ad un cliente una lista chiedendo di indicare le voci superflue.

Quando ho ricevuto la lista rielaborata, mi sono accorto che il cliente aveva usato due colori per discriminare gli elementi: il giallo ed il rosso.

Ma come fare a filtrare gli elementi in base al colore?

Visto che le formule non mi sono state di grande aiuto, ho deciso di scriverne una io.

Di seguito presento una funzione in grado di restituire il colore di una cella (o range di celle). Il colore può essere riferito allo sfondo (motivo) oppure al tratto (foreground).

La funzione dovrebbe restituire (dico dovrebbe perché non ne sono sicuro) un valore a 24 bit rappresentante la codifica del colore (8×8x8)

L’importante però è avere un valori diversi per colori diversi.

Public Function Colore(r As Range, Tipo As String) As Long
    Select Case UCase(Tipo)
        Case "MOTIVO"
            Colore = r.Interior.Color

         Case "TRATTO"
            Colore = r.Font.Color

         Case Else
            Colore = -1
    End Select
End Function

Per ottenere il valore relativo al tratto possiamo usare ad esempio la formula:

=colore(A1;"tratto")

Mentre per lo sfondo possiamo usare ad esempio la formula:

=colore(A1;"motivo")


Per comodità al fondo di questo articolo ho inserito una add-in excel (formato xla) contenente la funzione.

Scarica l’add-in

Alla prossima.

IPCop – Come aprire la rete Green alla rete Blue

La Blue Net di IPCop serve ad interfacciare una connettività wifi che si ntende mantenere separata dalla rete locale LAN (Green Net). Questo per consentire una maggiore sicurezza, dal momento che gli endpoint che si collegano ad IPCop tramite wifi non vedranno la rete locale a meno di aprire le porte desiderate per i protocolli TCP ed UDP.

IPCop però non supporta nativamente il bridging delle schede di rete e non risulta agevole simulare il comportamento tipico dei router adsl comunemente in commercio nei negozi al giorno d’oggi. Non c’è modo infatti, tramite interfaccia grafica, di consentire il pieno accesso alla Green Net da parte dei computer che si collegano per mezzo della wifi (vedi ad esempio il trafico ICMP).

Mi è capitato di recente di installare una versione di IPCop con supporto wifi per mezzo dell’addon WLAN-AP e di dover simulare proprio il tipico comportamento dell’Access Point, dove la rete cablata è condivisa con quella senza fili.

Per abilitare tutto il traffico ho inserito alcune righe nel file /etc/rc.d/rc.firewall.local che è il file contenente i comandi da impartire al sistema operativo durante il boot per personalizzare le regole di firewalling senza interferire con la distribuzione:

/sbin/iptables -A CUSTOMFORWARD -i ath0 -o eth0 -p icmp -j ACCEPT
/sbin/iptables -A CUSTOMFORWARD -i ath0 -o eth0 -p tcp -j ACCEPT
/sbin/iptables -A CUSTOMFORWARD -i ath0 -o eth0 -p udp -j ACCEPT

Queste righe sono state inserite nella sezione start (ovviamente). In linea di principio, per abiitare un protocollo è sufficiente impartire il comando secondo a forma:

/sbin/iptables -A CUSTOMFORWARD -i 'blue device' -o 'green device' -p 'protocollo' -j ACCEPT

Per comodità, di seguito è riportato un esempio di rc.firewall.local che svolge questa attività:

#!/bin/sh
# Used for private firewall rules
# See how we were called.
case "$1" in
start)
## add your 'start' rules here
#morzello blue vs green
/sbin/iptables -A CUSTOMFORWARD -i ath0 -o eth0 -p icmp -j ACCEPT
/sbin/iptables -A CUSTOMFORWARD -i ath0 -o eth0 -p tcp -j ACCEPT
/sbin/iptables -A CUSTOMFORWARD -i ath0 -o eth0 -p udp -j ACCEPT
;;
stop)
## add your 'stop' rules here
;;
reload)
$0 stop
$0 start
## add your 'reload' rules here
;;
*)
echo "Usage: $0 {start|stop|reload}"
;;
esac

Spero che questo articolo possa essere utile a chi deve ottenere questo risultato.

Un Domain Controller in CentOS/Fedora per la piccola e media impresa

In questo articolo viene proposto un modo facile e veloce di creare un DC (Domain Controller) per ambienti Windows utilizzando Samba.
Va detto che la soluzione è dimensionata per la piccola e media impresa, dove il numero di utenti generalmente non supera le cento unità.
Facile e veloce perché impiega un solo server e non prevede ridondanza.
Per l’articolo ho scelto di utilizzare CentOS ma dovrebbe funzionare anche con Fedora.

Prerequisiti
La soluzione prevede il deployment all’interno di una rete locale (LAN); si presuppone dunque che i servizi di DNS (per la risoluzione dei nomi) e DHCP (per l’assegnazione automatica degli indirizzi IP) funzionino a dovere.
La lista della spesa Per far girare “il tutto” è necessario installare sulla macchina alcuni pacchetti fondamentali di samba. Per verificare i pacchetti già installati è sufficiente usare yum:

[root@myserver ~]# yum list *samba*
Loaded plugins: fastestmirror
Loading mirror speeds from cached hostfile
 * base: centos.fastbull.org
 * updates: centos.fastbull.org
 * addons: centos.fastbull.org
 * extras: centos.kiewel-online.ch base
Installed Packages
 samba.i386	3.0.33-3.7.el5_3.1	installed
 samba-client.i386		3.0.33-3.7.el5_3.1	installed
 samba-common.i386		3.0.33-3.7.el5_3.1	installed
 system-config-samba.noarch	1.2.41-3.el5		installed
 Available Packages
 samba-swat.i386		3.0.33-3.7.el5_3.1	updates
 sblim-cmpi-samba.i386		0.5.2-31.el5_2.1	base
 sblim-cmpi-samba-devel.i386	1-31.el5_2.1		base
 sblim-cmpi-samba-test.i386	1-31.el5_2.1		base

Nel nostro caso samba è già installato. Nel caso in cui fosse necessario installare il software possiamo sempre utilizzare yum:

yum install samba

I pacchetti fondamentali sono:

samba.i386 samba-common.i386system-config-samba.noarch

Degli altri possiamo anche farne a meno.

Personalizzare il servizio
Nel nostro caso, Samba dovrà funzionare come DC, per questo motivo è necessario editare il file /etc/samba/smb.conf indicando le corrette impostazioni. Di seguito un esempio di configurazione possibile:

[global]
        workgroup = MORZELLO
        server string = Samba Server Version %v
        netbios name = MYSERVER
        security = user
        passdb backend = tdbsam
        domain master = yes
        domain logons = yes
        logon script = %m.bat
        logon script = %u.bat
        logon path =
        add user script = /usr/sbin/useradd "%u" -n -g users
        add group script = /usr/sbin/groupadd "%g"
        add machine script = /usr/sbin/useradd -n -c "Workstation (%u)" -M -d /nohome -s /bin/false "%u"
        delete user script = /usr/sbin/userdel "%u"
        delete user from group script = /usr/sbin/userdel "%u" "%g"
        delete group script = /usr/sbin/groupdel "%g"
        username map = /etc/samba/smbusers
        lanman auth = no
        ntlm auth = Yes
        client NTLMv2 auth = Yes
        client lanman auth = no
        client plaintext auth = no
        winbind enum groups = yes
        winbind enum users = yes
        wins support = yes

[homes]
        comment = Home Directories
        browseable = no
        writable = yes

Il file di configurazione contiene solo ed esclusivamente i dati strettamente necessari per far funzionare il servizio come PDC (Primary Domain Controller). Probabilmente il lettore vorrà successivamente attivare altre voci come ad esempio le stampanti di rete e le cartelle di rete. Queste informazioni non sono strettamente necessarie e per questo motivo non sono trattate in questa sede. Per dare un senso al nostro operato cerchiamo di capire il significato delle voci principali che compongono il nostro file di configurazione:

  • workgroup: indica il nome del nostro dominio;
  • passdb backend: indica come samba gestirà le utenze windows. specificando tdbsam samba autenticherà gli utenti e le macchine appartenenti al dominio mediante il proprio database, senza utilizzare servizi esterni come ad esempio LDAP oppure un altro DC;
  • *script: sono le voci che indicano quali script eseguire per gestire gli utenti ed i gruppi;
  • logon path: è il percorso della cartella che contiene informazioni di netlogon di Windows. Nell’esempio si è deciso di non fornire questo servizio;
  • domain logons: indica se il server agirà come DC oppure no;
  • domain master: indica se il server agirà come PDC oppure no.

Per capire se la nostra configurazione è valida o meno possiamo usare il comando testparm:

[root@myserver ~]# testparm -s
Load smb config files from /etc/samba/smb.conf
Processing section "[homes]"
Loaded services file OK.
Server role: ROLE_DOMAIN_PDC
[global]
        workgroup = MORZELLO
        server string = Samba Server Version %v
        passdb backend = tdbsam
        username map = /etc/samba/smbusers
        lanman auth = No
        client NTLMv2 auth = Yes
        client lanman auth = No
        client plaintext auth = No
        log level = 2
        log file = /var/log/samba/%m.log
        add user script = /usr/sbin/useradd "%u" -n -g users
        delete user script = /usr/sbin/userdel "%u"
        add group script = /usr/sbin/groupadd "%g"
        delete group script = /usr/sbin/groupdel "%g"
        delete user from group script = /usr/sbin/userdel "%u" "%g"
        add machine script = /usr/sbin/useradd -n -c "Workstation (%u)" -M -d /nohome -s /bin/false "%u"
        logon script = %u.bat
        logon path =
        domain logons = Yes
        domain master = Yes
        wins support = Yes
        winbind enum users = Yes
        winbind enum groups = Yes

[homes]
        comment = Home Directories
        read only = No
        browseable = No

È fondamentale che la voce server role sia quella corretta.

L’utenza amministrativa
Per poter gestire il dominio è necessario aggiungere nel database di samba l’utente amministratore:

[root@myserver samba]# smbpasswd -a root
New SMB password:
Retype new SMB password:
tdbsam_open: Converting version 0 database to version 3....
Added user root.

Gli utenti di dominio
Gli utenti samba sono in realtà utenti linux e bisogna dare una regola per convertire correttamente gli utenti tra linux e windows. Per fare questo personalizziamo il file /etc/samba/smbusers:

# Unix_name = SMB_name1 SMB_name2 ...
root = administrator admin
nobody = guest pcguest smbguest

Nel nostro caso ci limitiamo a dire che l’utente administrator equivale a root e che l’utente guest equivale a nobody. Aggiungiamo anche i gruppi di utenti windows che non esistono ancora in linux:

# Map Windows Domain Groups to UNIX groups
net groupmap add rid=514 ntgroup="Domain Guests" unixgroup="nobody" type=d
net groupmap add rid=513 ntgroup="Domain Users" unixgroup="users" type=d
net groupmap add rid=512 ntgroup="Domain Admins" unixgroup="root" type=d

Si possono aggiungere anche altri gruppi di utenti, quelli specificati in alto sono quelli “canonici”. Per verificare che i gruppi siano stati creati possiamo usare il comando wbinfo:

[root@myserver samba]# wbinfo -g
domain users
domain admins
domain guests

Aggiungendo gli utenti di dominio ricordiamo sempre che questi sono anche utenti Linux. È probabile però che non tutti gli utenti dovranno avere accesso al server come utenti locali. Per inibire l’accesso alla console del server specificheremo una shell non valida. Su CentOS possiamo creare un utente con queste caratteristiche usando il comando adduser:

[root@myserver samba]# adduser -m -s /sbin/nologin testuser
[root@myserver samba]# passwd testuser
[root@myserver samba]# smbpasswd -a testuser

Con precedenti comandi abbiamo creato un utente, assegnato una password per linux ed una per samba.
Un metodo alternativo per creare gli utenti è quello di accodare direttamente gli utenti nel file /etc/passwd senza assegnare la password all’utente.
A pensarci bene non è necessario assegnare una password ad un utente che non può fare il logon. Se invece l’utente deve comunque avere l’accesso al server è sufficiente omettere il parametro “–s”.
Comunque sia per abilitare l’utente al dominio è necessario inserirlo nel database di samba con il comando smbpasswd.
Da notare che la password per linux può essere diversa da quella specificata in samba. Eseguire il servizio all’avvio In CentOS i servizi possono essere gestiti facilmente mediante il comando chkconfig.
Le righe seguenti assicurano l’avvio del servizio all’accensione del nostro server:

chkconfig smb on

Ultimi ritocchi: iptables e selinux
Samba necessita di alcune porte tcp ed udp per poter funzionare correttamente. Queste porte sono chiude per default da iptables. Di seguito le righe da inserire nel file /etc/sysconfig/iptables:

-A RH-Firewall-1-INPUT -m state --state NEW -m udp -p udp --dport 137 -j ACCEPT
-A RH-Firewall-1-INPUT -m state --state NEW -m udp -p udp --dport 138 -j ACCEPT
-A RH-Firewall-1-INPUT -m state --state NEW -m tcp -p tcp --dport 139 -j ACCEPT
-A RH-Firewall-1-INPUT -m state --state NEW -m tcp -p tcp --dport 445 -j ACCEPT

Le righe devono essere inserite nel file prima delle ultime due stringhe:

-A RH-Firewall-1-INPUT -j REJECT --reject-with icmp-host-prohibited
COMMIT

Per quanto concerne selinux invece bisogna consentire a samba l’uso dei comandi necessari per svolgere alcuni task:

# Se si intende usare useradd/groupadd è necessario eseguire:
setsebool -P samba_domain_controller on
#
# Se si vuole condividere la home degli utenti eseguire:
setsebool -P samba_enable_home_dirs on

Per condividere una cartella di rete bisogna assegnare alla stessa l’etichetta “samba-share_t”. Evitate le cartelle di sistema perché queste probabilmente hanno una etichetta diversa già applicata. Per verificare i dettagli di una cartella relativa a selinux è possibile usare il comando ls specificando il paramentr “–Z”:

ls -ldZ /percorso_completo

Aggiungere una workstation al dominio
La procedura di Join è totalmente trasparente in windows.
Per aggiungere una macchina al dominio possiamo cliccare con il tasto destro del mouse su “Gestione Risorse” quindi selezionare il percorso :“Proprietà->Nome Computer->Cambia”. Specificare MORZELLO nella casella “dominio” e procedere al logon di root con la password indicata in samba (mediante il comando smbpasswd).

Alla prossima.

Una versione avanzata di Run As

Gli utenti di Linux sanno bene che non si dovrebbe mai utilizzare l’utenza amministrativa (root) per uso quotidiano. L’uso dovrebbe essere limitato alla manutenzione ordinaria (aggiornamenti) e straordinaria (installazione di programmi e nuovi componenti hardwere) del computer.

Questa regola è ancor più valida per gli utenti Windows dove, a parer mio, l’abuso dell’utenza amministrativa è più marcata.

In Linux, per accedere all’utenza di root dopo aver fatto il logon è possibile usare il comando "su" mentre in Windows si può utilizzare il comando "runas". Nonostante i due comandi siano essenzialmente simili, il loro utilizzo nella pratica non è il medesimo.

Mi sono reso conto negli anni che in Windows non è sempre agevole sostituirsi all’Amministratore per eseguire singoli comandi.

Per eseguire un comando come altro utente è sufficiente cliccare sull’icona con il tasto destro. Se tutto è eseguito correttamente nell’elenco comparirà l’opzione "Esegui come…" oppure "Run as…". Nelle versioni precedenti del sistema operativo potrebbe essere necessario premere contemporaneamente il tasto [SHITF].

Quando però è necessario eseguire diversi comandi le cose si complicano.

Su Windows 2000 è possibile eseguire una shell visuale "Esplora Risorse" come altro utente mentre in Windows XP no. Nella migliore delle ipotesi, l’utente resta invariato e nelle peggiori si rischia di dover reinstallare il sistema operativo.

A questo punto ho pensato ad un piccolo vbscript che possa risolvere il problema agevolmente.

Supponiamo di voler installare una stampante oppure editare un file di testo presente in c:\windows\system32.

Cliccando con il tasto destro sull’icona non compare l’opzione "Esegui come…" perché non si tratta di un programma.

L’idea è quella di creare una voce nel menu contestuale con la quale eseguire gli applicativi in base all’estensione dei file.

Per prima cosa è necessario creare un file vbs in windows. Nel nostro esempio il file sarà creato con il nome c:\windows\morzello_runas.vbs

option explicit

dim WshShell
dim strLogin
dim strParams
dim objArgs
dim I
Const TITLE="Morzello RunAs 1.1"
Set objArgs = WScript.Arguments

For I = 0 to objArgs.Count – 1
strparams= strParams & " " & objArgs(I)
Next

‘eliminiamo il primo carattere perchè non fa parte del parametro.
If Len(strParams)>1 Then strparams=Right(strparams,Len(strparams)-1)

strLogin=InputBox ("Inserire il ‘Login’ dell’utente con cui si vuole eseguire il comando:",TITLE, "Administrator")

If strLogin="" Then wscript.quit (1)

Set WshShell = WScript.CreateObject( "WScript.Shell" )
wscript.echo "%comspec% /C runas /env /utente:" & strLogin & " ""start " & strParams & """"
WshShell.Run "%comspec% /C runas /env /utente:" & strLogin & " ""start " & strParams & """" ,1,false

Lo script si limita a chiedere login e password dell’utente desiderato, quindi carica il file cone le credenziali desiderate.

Per rendere utile questo script è possibile inserire una opzione aggiuntiva alla shell simile a quella già presente. Questa opzione la chiameremo per comodità "Morzello Run As".

Di seguito riporto il contenuto del file "morzello_runas.reg" da aggiungere al file di registro:

Windows Registry Editor Version 5.00

[HKEY_CLASSES_ROOT\*\shell]

[HKEY_CLASSES_ROOT\*\shell\Morzello Run As]

[HKEY_CLASSES_ROOT\*\shell\Morzello Run As\command]
@="cscript c:\\windows\\morzello_runas.vbs %1"

Per aggiungere il comando al registro di sistema è sufficiente fare doppio click sul file con credenziali amministrative.

A questo punto è possibile ad esempio cliccare con il tasto destro su un file txt ed eseguirlo come altro utente. Utile ad esempio per editare il file di host.

I sorgenti di questo articolo sono disponibili qui

Alla prossima.

VNC server su Fedora e CentOS

Sono lontani i tempi in cui VNC era considerato un trojan. Oggi quasi tutte le distribuzioni hanno una versione di questo demone per amministrare da remoto un computer in ambiente visuale.

Nonostante l’installazione sia alquanto banale, la messa a punto dello strumento può risultare problematica, specie la prima volta.

Di seguito riporto una breve guida che veste bene per le distribuzioni derivate da Red Hat come ad esempio CentOS e Fedora.

Diamo per scontato che il gestore delle finestre X Window sia correttamente installato e funzionante; non è necessario che sia attualmente in uso. È possibile trovare server che non hanno testiera e monitor ma che comunque offrono una interfaccia visuale con VNC.

Procediamo verificando in primo luogo l’esistenza del demone

yum list vnc-server

In caso procediamo con l’installazione

 yum install vnc-server

Consiglio vivamente di eseguire il demone con un utente non amministrativo, anzi, per dirla tutta, la cosa migliore è creare un utente ad-hoc che non appartenga al gruppo utenti “users”. Questo ci consentirà di definire policy specifiche per questo servizio

groupadd vnc
useradd -g vnc vnc
passwd vnc

Con il comando precedente abbiamo definito un nuovo gruppo, un nuovo utente ed una password per l’utente stesso.

Ora passiamo alla personalizzazione del servizio. Su Red Hat è sufficiente editare e personalizzare il file “/etc/sysconfig/vncservers“. Di seguito un esempio funzionante per la nostra dimostrazione

# The VNCSERVERS variable is a list of display:user pairs.
#
# Uncomment the lines below to start a VNC server on display :2
# as my 'myusername' (adjust this to your own).  You will also
# need to set a VNC password; run 'man vncpasswd' to see how
# to do that.
#
# DO NOT RUN THIS SERVICE if your local area network is
# untrusted!  For a secure way of using VNC, see
# .

# Use "-nolisten tcp" to prevent X connections to your VNC server via TCP.

# Use "-nohttpd" to prevent web-based VNC clients connecting.

# Use "-localhost" to prevent remote VNC clients connecting except when
# doing so through a secure tunnel.  See the "-via" option in the
# `man vncviewer' manual page.

# VNCSERVERS="2:myusername"
# VNCSERVERARGS[2]="-geometry 800x600 -nolisten tcp -nohttpd -localhost"

 VNCSERVERS="2:vnc"
 VNCSERVERARGS[2]="-geometry 1024x768"

Le righe che interessano sono le ultime due dove vengono definite le variabili necessarie al demone per “girare”.

VNCSERVERS definisce la porta e l’utente di ogni singola sessione. È possibile infatti eseguire diverse sessioni utente ovviamente ognuna su porte differenti.

vncserver si mette in ascolto a partire dalla porta TCP 5900. Impostando il primo parametro a “2″ chiediamo al demone di aprire una sessione sulla porta 5902.

Più sessioni possono essere specificate nella stessa variabile. Ad esempio

VNCSERVERS="1:utente1 2:utente2 3:utente3"

VNCSERVERARGS[X] (dove “X” indica il numero di porta) definisce i parametri da passare al demone per ogni sessione. Nel caso di più sessioni sarà necessario specificare più parametri:

VNCSERVERARGS[1]="-geometry 1024x768"
VNCSERVERARGS[2]="-geometry 800x600 -depth 16"
VNCSERVERARGS[3]="-geometry 1024x768 -localhost"

Per un dettaglio maggiore sui parametri supportati consultare la documentazione ufficiale (man Xvnc).

Poiché il servizio partirà con l’utenza vnc è necessario personalizzare l’ambiente di questo utente. In particolare è necessario impostare una password che vncserver chiederà al momento del log-on

su vnc
vncpasswd

Dopo aver impostato la password, che può essere diversa da quella specificata per l’utente, facciamo partire il servizio (sempre come utente vnc)

vncserver

Se tutto è andato a buon fine dovremmo avere una sessione attiva sulla porta 5902

vncviewer remotehost:5902:2

Dove remotehost è il nome della macchina e 5902 la porta tcp.

All’avvio del servizio verrà creato un file, una sorta di autoexec.bat contenente i comandi da eseguire per gestire l’ambiente visuale.
Nel nostro esempio questo file sarà “/home/vnc/.vnc/xstartup” ed avrà un aspetto del tutto simile a questo

xsetroot -solid grey
vncconfig -iconic &
xterm -geometry 80x24+10+10 -ls -title "$VNCDESKTOP Desktop" &
twm &

Questo script si occupa tra le altre cose di definire quale gestore grafico utilizzare nella sessione. Nell’esempio riportato in alto, è stato specificato twm, un gestore molto leggero ed essenziale

Chi volesse cambiare gestore può tranquillamente editare il file sostituendo l’ultima riga. Di seguito un esempio che mostra impiego di KDE

startkde &

Ed ecco una immagine dell’ambiente grafico in esecuzione

Per far partire il servizio all’avvio del sistema operativo possiamo utilizzare chkconfig (con credenziali amministrative)

chkconfig vncserver on

Concludiamo la procedura assicurandoci che il traffico di rete sia abilitato sulla macchina istruendo correttamente iptables. Di seguito le righe da aggiungere al file “/etc/sysconfig/iptables

-A RH-Firewall-1-INPUT -m state --state NEW -m tcp -p tcp --dport 5902 -j ACCEPT

Bisogna fare attenzione ad inserire la riga precedente nella esatta posizione, prima cioè delle seguenti righe

-A RH-Firewall-1-INPUT -j REJECT --reject-with icmp-host-prohibited
COMMIT

Altrimenti le regole di iptables non avranno l’effetto desiderato.


VNC e sessioni sicure
VNC non fa uso di crittografia a meno di non andare su prodotti commerciali la cui licenza è a pagamento. Questo significa che con un semplice sniffer è possibile rubare la password di accesso.

Una soluzione percorribile “out of the box” prevede l’uso di ssh (il comando utilizzato in Linux per ottenere una shell sicura).

L’idea è quella di far transitare il traffico in un tunnel ssh aperto su entrambi gli host (client e server) secondo il seguente schema:

client --> SSH --| network |-- SSH <-- server

Nel nostro esempio le terminazioni del tunnel verranno create direttamente sui due host in modo da rendere sicura la comunicazione su tutta la rete.

Chiediamo ad ssh di collegarsi al server VNC sulla porta 5902. Chiediamo inoltre ad ssh di mettersi in ascolto su un’altra porta, la 55902 e di fare in modo che il traffico criptato su quest’ultima finisca in chiaro sulla 5902 (forwarding)

ssh -f -L 55902:localhost:5902 remotehost

Il parametro -f istruisce il comando a liberare il prompt agendo come un comune demone.
Il paramtro -L si occupa invece del forwarding trasferendo i byte dalla porta 55902 del client sulla porta 5902 del server.

Per accedere al servizio possiamo eseguire vncviewer localmente

vncviewer localhost:55902:2

Per rendere le cose un tantino più semplici è possibile avvalersi del paramtro sleep con il quale specificare un tempo massimo di attesa (ad esempio 60 secondi) entro il quale creare una connessione. Questo garantisce che non restino appese sessioni inutili.

ssh -f -L 55902:localhost:5902 remotehost sleep 60; vncviewer localhost:55902:2

Nel caso ci fossero problemi è necessario verificare i parametri di ssh ed eventualmente di OpenSSL. Per maggiori informazioni prendere visione della miniguida riportata alla fine dell’articolo.

Sessioni sicure con Windows
Quanto detto in precedenza vale anche per i client Windows dato che ssh esiste anche per cygwin.

Volendo è possibile utilizzare PuTTY creando una sessione e specificando i parametri Source port (55902) e Destination (remotehost:5902) sotto Category -> SSH -> Tunnels e cliccando su “Add“.

Di seguito un esempio che replica quanto fatto in precedenza

Per il momento è tutto. Spero come al solito di non avervi annoiato.
Alla prossima.

Per saperne di più
VNC Mini-FAQ

Regular Expressions. Un aiuto per neofiti

Le espressioni regolari (regular expressions) per chi non è esperto, possono essere veramente frustranti da gestire.

Devo ammettere che anche io ho qualche problema a volte, specie se si tratta di implementare RE con linguaggi che non uso molto frequentemente.

Esiste però un modo per “testare” le RE online. Di seguito propongo alcuni siti da me utilizzati, suddivisi per linguaggio di programmazione:

Java (ed altri linguaggi come ad esempio Javascript e Apex):
http://www.fileformat.info/tool/regex.htm (mediante java.util.regex)

Python:
http://re-try.appspot.com/

Bash (sed e grep):
http://www.linuxjournal.com/content/bash-regular-expressions (codice sorgente)

PHP e Perl:
http://regex.larsolavtorvik.com/

Spero che questo elenco sia utile anche se non di certo esaustivo.

Se avete altre segnalazioni da fare siete i benvenuti.

Alla prossima.

ReadyNas Duo e LVM

Qualche giorno fa è nata la necessità di espandere un ReadyNas Duo della Netgear dotato di disco da 500GB. L’intenzione era quella di sostituire il disco esistente con due dischi da 1TB. Il risultato è stato la perdita di tutti i dati (vedi post).

A questo punto ho deciso di fare a modo mio resettando il NAS non prima di aver fatto un backup del disco esistente da 500gb.

Per fare questo mi sono collegato in remoto al NAS ed ho impartito i comandi:

tar cvpzf /myshare/nas_pre_dsk_upg.tgz –exclude=/shareX –exclude=/shareY –exclude=/proc –exclude=/lost+found –exclude=/c –exclude=/tmp –exclude=/sys –exclude=/home /

Nel comando precendete le cartelle shareX e shareY sono condivisioni di rete.

Come vedremo in seguito questo backup non è strettamente necessario ma io ho sempre l’abitudine di salvare i files che mi servono in caso di necessità. Il comando prececedente serve sostanzialmente a preservare i files del NAS ad esclusione delle condivisioni (che possono essere tranquillamente copiate da un computer remoto). tar è utile perchè sul NAS oggetto di aggiornamento sono presenti diverse add-on per le quali non ho voglia di procedere alla reinstallazione tramite frontview.

Fatto il backup sostituisco il drive da 500GB con due dischi da 1TB e provvedo a resettare il NAS riportandolo alle impostazioni di fabbrica.
Segue la creazione di un nuovo RAID e l’installazione dell’unica add-on necessaria: ToggleSSH disponibile qui.

Sono riuscito a fare il ripristino del backup eseguendo sul NAS i comandi:

cd /
tar xzvf /nas_pre_dsk_upg.tgz

Il restore è andato liscio come l’olio.

Come dicevo prima, il ripristino dei rimanenti files può essere portato a termine mediante l’uso delle condivisioni di rete ma io ho deciso di ripristinare i files usando il disco da 500GB originale tramite porta USB ed un comune convertitore SATA/USB.

Chi volesse impiegare il metodo descritto di seguito ma non ha un convertitore può:

- usare un case esterno;
- clonare il disco di orinine usando dd su un HD esterno di capacità uguale o maggiore di quello sorgente;
- utilizzare una distribuzione live di linux che supporti LVM (ad esempio il disco di ripristino che accompagna fedora) ed un altro computer.

Ho diciso di pubblicare questo metodo perchè potrebbe sorgere la necessità di recuperare i dati da un volume non più utile.

Nel mio caso ad esempio, l’espansione del RAID portato a termine dal ReadyNAS Duo non è andato a buon fine, di conseguenza tutti i dati presenti nel vecchio RAID sono stati cancellati nel nuovo.

Potrebbe inoltre capitare di dover recuperare i dati da un NAS defunto.

I comandi che seguono sono utili anche per chi non possiede un ReadyNas Duo ma vuole recuperare file presenti in partizioni LVM di linux.

Chi volesse cimentarsi nel ripristino tramite altro computer (cioè smontando il disco dal NAS e montandolo su un altro PC dotato di Linux con supporto LVM) avrà una vita più comoda perchè non bisogna considerare alcuni aspetti come ad esempio la duplicazione dei Volume Group (VG).

Riprendendo il filo del discorso, dopo aver resettato il NAS è possibile collegare tramite porta usb il vecchio disco esterno; il NAS provvederà in piena autonomia a montare le partizioni trovate nella directory /USB.

Il comando mount dovrebbe produrre un output del tutto simile al seguente:

mount


/dev/hdc1 on / type ext2 (rw,noatime)
proc on /proc type proc (rw)
devpts on /dev/pts type devpts (rw)
sysfs on /sys type sysfs (rw)
tmpfs on /ramfs type ramfs (rw)
tmpfs on /USB type tmpfs (rw,size=16k)
/dev/c/c on /c type ext2 (rw,noatime,acl,user_xattr,usrquota,grpquota)
/c/home on /home/ftp/homes type bind (rw,bind)
usbfs on /proc/bus/usb type usbfs (rw)
/dev/sda1 on /USB/USB_HDD_1_1 type ext3 (rw,noatime,acl)
/USB/USB_HDD_1_1 on /home/ftp/USB_HDD_1_1 type none (rw,bind)

Viene montata solo la partizione ext3 (USB_HDD_1_1) contenente tutti i files del NAS ad esclusione di quelli presenti nelle condivisioni di rete. Se non avere fatto il backup descritto in precedenza tramite tar, potete tranquillamente copiare i file presenti in /USB/USB_HDD_1_1 avendo l’accortezza di utilizzare il parametro -p (che preserva gli attributi dei files copiati).

Quello che però a noi interessa adesso è il recupero dei dati presenti nel LVM del disco che il NAS non ha montato. Quindi procediamo a verificare la tabella delle partizioni presenti sul disco:

fdisk -l /dev/sda


Disk /dev/sda: 500.1 GB, 500107862016 bytes
255 heads, 63 sectors/track, 60801 cylinders
Units = cylinders of 16065 * 512 = 8225280 bytes
Disk identifier: 0×00000000


Device Boot Start End Blocks Id System
/dev/sda1 1 255 2048000 83 Linux
Partition 1 does not end on cylinder boundary.
/dev/sda2 255 287 256000 82 Linux swap / Solaris
Partition 2 does not end on cylinder boundary.
/dev/sda3 287 60800 486064152 5 Extended
/dev/sda5 287 60800 486064151+ 8e Linux LVM

Con fdisk sappiamo che il disco presenta una partizione ext3 (già mondata su USB_HDD_1_1) una partizione di swap (non usata) ed una LVM (che contiene i dati a noi necessari).

Per visualizzare con maggior dettaglio le informazioni legate a LVM è possibile usare il comando pvscan:

pvscan


PV /dev/md2 VG c lvm2 [929.03 GB / 0 free]
Total: 2 [1.36 TB] / in use: 2 [1.36 TB] / in no VG: 0 [0 ]

Non ci sono tracce della partizione /dev/sda5. Questo perchè la scansione delle partizioni LVM da parte del ReadyNAS Duo è stata disabilitata. Basta dare una occhiata al file di configurazione presente in /etc/lvm/lvm.conf per capire che è stato attivato un filtro che evita la scansione di partizioni presenti su porta USB:

filter = [ "a|^/dev/hd[cegikmoq][5-9]$|”, “a|^/dev/hd[cegikmoq]1[0-5]$|”, “a|^/dev/md[2-9]$|”, “r|.*|” ]

Per risolvere il problema suppongo sia sufficiente commentare il filtro ma per essere più precisi è sufficiente apportare le dovute modifiche sostituendo la riga precedente con questa:

filter = [ "a|^/dev/sd[abcegikmoq][5-9]$|”,”a|^/dev/hd[cegikmoq][5-9]$|”, “a|^/dev/hd[cegikmoq]1[0-5]$|”, “a|^/dev/md[2-9]$|”, “r|.*|” ]

Dopo aver modificato il file, l’output del comando pvscan è diverso:

pvscan

PV /dev/sda5 VG c lvm2 [463.53 GB / 0 free]
PV /dev/md2 VG c lvm2 [929.03 GB / 0 free]
Total: 2 [1.36 TB] / in use: 2 [1.36 TB] / in no VG: 0 [0 ]

Adesso siamo in grado di vedere due VG invece che uno ma c’è un problema: entrambi hanno lo stesso nome: “c“. Questo vuol dire che non è possibile montare il volume senza mettere mano ai VG.

Per avere un maggior dettaglio sui VG presenti è possibile fare un controllo con vgdisplay:

vgdisplay

— Volume group —
VG Name c
System ID
Format lvm2
Metadata Areas 1
Metadata Sequence No 4
VG Access read/write
VG Status resizable
MAX LV 0
Cur LV 1
Open LV 1
Max PV 0
Cur PV 1
Act PV 1
VG Size 463.53 GB
PE Size 32.00 MB
Total PE 14833
Alloc PE / Size 14833 / 463.53 GB
Free PE / Size 0 / 0
VG UUID q9L5G9-7Uuv-mg9m-9aqK-cOML-QziN-KzizYv

— Volume group —
VG Name c
System ID
Format lvm2
Metadata Areas 1
Metadata Sequence No 2
VG Access read/write
VG Status resizable
MAX LV 0
Cur LV 1
Open LV 1
Max PV 0
Cur PV 1
Act PV 1
VG Size 929.03 GB
PE Size 32.00 MB
Total PE 29729
Alloc PE / Size 29729 / 929.03 GB
Free PE / Size 0 / 0
VG UUID fOsBiY-2J8W-d2tC-K0Xe-lRtz-ZRuZ-20IkVB

Montare il volume presente in /dev/sda5 comporta il riconoscimento del relativo VG. Per poter maneggiare il VG è necessario rinominarlo e per rinominarlo è necessario portarlo offline.

Il primo problema è quello di portare offline il VG perchè in caso di duplicazione dei nomi LVM darà la priorità agli array creati sul NAS e questo vanifica il tentativo. Ad esempio, eseguendo il comando vgchange il risultato sarà simile al seguente:

vgchange -a n c


WARNING: Duplicate VG name c: fOsBiY-2J8W-d2tC-K0Xe-lRtz-ZRuZ-20IkVB (created here) takes precedence over q9L5G9-7Uuv-mg9m-9aqK-cOML-QziN-KzizYv
Can’t deactivate volume group “c” with 1 open logical volume(s)
Can’t deactivate volume group “c” with 1 open logical volume(s)

Il comando precente tenta di portare offline il VG c ma poichè la precendeza viene data al volume con UUID fOsBiY-2J8W-d2tC-K0Xe-lRtz-ZRuZ-20IkVB il comando fallisce perchè attualmente il volume è usato dal sistema operativo (vedi comando mount eseguito in precedenza).

La cosa più veloce da fare è quella di smontare la partizione /c in modo da poter portare temporaneamente offline entrambi i VG:

/etc/init.d/frontview stop
/etc/init.d/samba stop
/etc/init.d/nis stop
/etc/init.d/proftpd stop

I comandi riportati in alto servono a fermare temporaneamente quei servizi che potrebbero utilizzare la partizione /c inibendo di fatto la possibilità di smondare la partizione /dev/c/c.

Adesso proseguiamo con lo smontaggio:

umount /c/home
umount /dev/c/c

Se lo smontaggio non dovesse funzionare è possibile verificare quali processi fanno uso della partizione tramite il comando fuser:

fuser -m /dev/c/c

Per ogni processo individuato da fuser è necessario procedere con:

kill -9 pid

dove pid è il numero segnalato da fuser. Prima di procedere accertarsi di non escludere un programma essenziale (come ad esempio la shell bash alla quale siamo collegati per impartire i comandi). A volte l’unità non viene smontata perchè il prompt attuale è in “/c” (o magari nella cartella home dell’utente anche essa montata sotto “/c”).

Fatto questo possiamo finalmente portare offile tutti i VG:

vgchange -a n

Se tutto è andato liscio è possibile ora rinominare il VG del vecchio disco specificando il corretto uuid che contraddistingue il gruppo:

vgrename q9L5G9-7Uuv-mg9m-9aqK-cOML-QziN-KzizYv d

Anche questo comando non dovrebbe creare problemi e con vgchange possiamo riportare i VG online:

vgchange -a y

Prima di riavviare il NAS facciamo una verifica finale sul lavoro con vgdisplay:

vgdisplay


— Volume group —
VG Name d
System ID
Format lvm2
Metadata Areas 1
Metadata Sequence No 4
VG Access read/write
VG Status resizable
MAX LV 0
Cur LV 1
Open LV 1
Max PV 0
Cur PV 1
Act PV 1
VG Size 463.53 GB
PE Size 32.00 MB
Total PE 14833
Alloc PE / Size 14833 / 463.53 GB
Free PE / Size 0 / 0
VG UUID q9L5G9-7Uuv-mg9m-9aqK-cOML-QziN-KzizYv

— Volume group —
VG Name c
System ID
Format lvm2
Metadata Areas 1
Metadata Sequence No 2
VG Access read/write
VG Status resizable
MAX LV 0
Cur LV 1
Open LV 1
Max PV 0
Cur PV 1
Act PV 1
VG Size 929.03 GB
PE Size 32.00 MB
Total PE 29729
Alloc PE / Size 29729 / 929.03 GB
Free PE / Size 0 / 0
VG UUID fOsBiY-2J8W-d2tC-K0Xe-lRtz-ZRuZ-20IkVB

Finalmente i gruppi hanno nomi differenti ed la loro gestione diventa possibile.

Dopo aver riavviato il NAS è possibile finalmente montare la partizione:

pvscan
mount /dev/d/c /USB/USB_HDD_1_1/c

Per ripristinare i files possiamo procedere con:

cd /USB/USB_HDD_1_1/c
cp -Rpv . /c/

Spero che questa piccola guida possa tornare utile a chi ha problemi di recupero dati da partizioni LVM. A volte le cose non sono complicate come sembrano.

Alla prossima.